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Esterovestizione o un corretto trasferimento delle tue attività in Ungheria? Due esempi pratici

Come distinguere un caso di esterovestizione da un caso di corretto trasferimento delle proprie attività all’estero? La materia non è sicuramente semplice e orientarsi nella complessità delle norme non sempre è cosa agevole.

Regole che sembrano scritte apposta per non essere comprese

Dopo aver definito con precisione cosa si intende con esterovestizione, proviamo a districarci in una giungla di regole che sembrano scritte apposta per non essere comprese e che, sotto sotto, pare siano state studiate con la finalità di scoraggiare ogni tentativo di assicurare le migliori condizioni al tuo business.

Come sempre – e questo può valere per tanti altri casi – anche in materia di esterovestizione occorre partire dalla “ratio” delle norme, cioè dalle finalità di fondo che il legislatore ha voluto perseguire.

Nel nostro caso è evidente che le norme sono state concepite per colpire chi vuole raggirare il fisco del proprio Paese pagando le tasse in un Paese estero dove l’incidenza di queste sul proprio volume di affari è meno gravosa.

Se la finalità dell’impianto normativo è questa, l’unico modo per uscirne indenni è quello di fare le cose correttamente.

Cosa prevedono esattamente le norme

Se è vero, come riportato da 3° comma dell’articolo 73 del  Testo unico delle imposte sui redditi, che “Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le società e gli enti che per la maggior parte del periodo di imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello Stato”, per fare le cose in maniera del tutto legittima e non incorrere in sanzioni anche gravi, occorre comprendere bene che il tutto ruota intorno a tre elementi di valutazione:

  • La localizzazione della sede legale;
  • L’effettiva localizzazione della sede amministrativa e di direzione;
  • Il luogo dove si realizza l’oggetto sociale dell’impresa.

Bisogna poi convincersi, oltre ogni ragionevole dubbio, tentennamento e tentazione più o meno interessata, che questi elementi di valutazione, che si applicano in ogni specifico caso, sono da considerarsi nel loro insieme e che non basta soddisfare soltanto una di queste tre condizioni per essere considerati un’impresa estera ed essere in regola con la legge italiana.

Questo aspetto è chiarito molto bene dalla circolare 28/E del 4 agosto 2006 dell’Agenzia delle Entrate, che prevede che “…tali criteri sono alternativi ed è sufficiente che venga soddisfatto anche uno solo di essi perché il soggetto possa considerarsi residente ai fini fiscali nel territorio dello Stato”.

L’onere della prova

Per l’Amministrazione Finanziaria quindi basta ipotizzare la sussistenza di una sola di queste condizioni dettate dalla legge per configurare un caso di esterovestizione, e a questo punto iniziano i problemi perché la società sospettata di esterovestizione deve accollarsi l’onere della prova, deve cioè dimostrare all’Amministrazione Finanziaria che ha mosso i rilievi di essere a tutti gli effetti un’impresa che opera all’estero.

E allora, cosa si può fare e cosa non si può fare?

Imprenditore A e imprenditore B: due esempi pratici

Proviamo a fare qualche esempio per capirci meglio.

L’imprenditore  “A”, vuole investire nel settore calzaturiero ed ha le idee molto chiare sui modelli di scarpe da produrre e su quali mercati collocare i suoi prodotti. Considerando i margini molto risicati imposti alle imprese dal fisco italiano, matura una strategia che vede la costituzione di una società in Ungheria che detiene la maggioranza delle quote della società che dovrà gestire lo stabilimento di produzione in Italia. Pensa che gli utili possano essere trasferiti dalla società italiana a quella Ungherese, che di fatto ne è proprietaria, e quindi assoggettare questi utili al molto più favorevole regime fiscale ungherese.

Cosa accadrà? Molto presto si troverà ad essere interessato da un accertamento dell’Amministrazione Finanziaria che non gli lascerà scampo. Sarà nell’oggettiva impossibilità di dimostrare come l’oggetto sociale, cioè la produzione e la commercializzazione di calzature, abbia luogo in Ungheria ed andrà incontro a conseguenze molto gravi sotto il profilo giudiziario.

L’imprenditore “B”, anche lui intenzionato a investire nel settore calzaturiero e anche lui con le idee molto chiare sui modelli di scarpe da produrre e sul mercato di sbocco  dei suoi prodotti, valuta i margini di profitto cui il regime fiscale italiano lo costringerebbe. Decide quindi di trasferirsi in Ungheria, costituisce in loco una società e costruisce uno stabilimento dove realizza l’attività manifatturiera che ha in mente, esportando i suoi prodotti (se ritiene) anche in Italia.

Cosa accadrà? In questo caso dovrà pagare le tasse in Ungheria e risulterà completamente inattaccabile dal fisco italiano perché non solo la sede legale, ma anche quella amministrativa e di direzione e le attività previste dall’oggetto sociale sono localizzate in maniera indubitabile in Ungheria.

Stai commettendo un reato?

È ora quindi di sgombrare definitivamente il campo da uno dei quesiti più atroci che assale molti di quanti si apprestano a insediare o a delocalizzare la propria attività all’estero: sto commettendo un reato?

No.  Stai semplicemente esercitando un tuo diritto, quello alla libertà di stabilimento,  sancito dagli articoli 49 – 55 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Cosa devi fare per rimanere nella legalità?

L’importante, come sempre, è non bluffare, non fingere, non provare a camuffare la realtà che è e deve restare di immediata leggibilità agli occhi di chiunque la osservi.

Quindi:

  • Evita assolutamente di esercitare la tua attività in Italia con una società estera;
  • Non concludere contratti sul territorio italiano;
  • Non aprire sedi in Italia dove sottoscrivi contratti e incassi pagamenti;
  • Se sei amministratore della società estera, dimostra di vivere in Ungheria per più di 183 giorni all’anno e ricorda di documentare la residenza all’estero con ricevute di pagamento di fitti, utenze, ecc.;
  • Assumi i tuoi dipendenti all’estero, ma non in Italia, dove questo lascerebbe prefigurare l’esistenza di una stabile organizzazione;
  • Non aprire conti correnti della società estera in Italia;
  • Evita di avere clienti esclusivamente in Italia.

Noi siamo qui per aiutarti!

Quando si tratta del tuo futuro, del tuo business, non affidarti solo a te stesso o a chi ti lascia intravedere facili vantaggi, a fronte di nessuno sforzo e nemmeno di piccoli sacrifici. Non è così!

Internazionalizzare il tuo business richiede impegno e professionalità.

Per questo hai bisogno del sostegno di professionisti specializzati in costituzioni societarie, contabilità e assistenza legale all’estero.

APRIRE IN UNGHERIA ti offre tutto questo con l’indispensabile serietà che operazioni di questo tipo esigono.

Non rinunciare alla possibilità di trasferire la tua azienda all’estero! Per rimanere nella legalità affidati a degli esperti!

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